"LA MENTE E LA COSA"
GALLERIA DEL CIRCOLO ARTISTICO
Bologna

Aprile-Maggio 1991

Catalogo

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Nel panorama dell’arte contemporanea la pittura informale si offre a Sacchetto come linguaggio delle origini, quasi uno scenario o fondo nativo su cui muoversi. E subito egli sottrae questa esperienza alle sue ragioni storiche, che è quanto dire alle sue motivazioni fenomenologiche e materiche che lo condurrebbero per vie indiretta ad accogliere il fenomenismo gestaltistico e il comportamentismo biologico a cui il cognitivismo si oppone. Per lui il linguaggio informale è musica delle origini, esercizio creativo iniziale, legato all’intelligenza pura del colore; quasi un metalinguaggio cromatico che investe la superficie con un atto conoscitivo primario, ancora privo di contenuti.

 

Accanto alle prove di superficie offerte dalla tradizione informale, e in conflitto con essa, troviamo nelle carte di Sacchetto un pullulare di minuscoli e puntigliosi elementi grafici, che popolano le stratigrafie cromatiche, distribuiti tra falde sotterranee e improvvise aperture luminose, microrganismi che appaiono e scompaiono, forme guizzanti ironiche e fiabesche, larve cigliate, palloncini aerei o sommersi, cuspidi minuscole di città favolose, isolate in un buio geologico o in una colorata lontananza. L’elemento favoloso fa pensare a precedenti letterari (si è citato il nome di Calvino) e più più propriamente ai mirabilia delle illustrazioni per l’infanzia. In realtà i modelli più direttamente presenti nella memoria dell’artista sono offerti da Mirò e da Klee, trasposti nel lirismo fiabesco e nel leggero umorismo di un universo ancora in fieri, dove le terre e le acque, l’aereo e il sotterraneo si alternano secondo blocchi magmatici variamente sovrapposti, un mondo in cui tutto è in movimento e nessun elemento appare definitivamente raffreddato e arginato.

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Una libertà piena Sacchetto raggiunge nelle 70x100 degli anni’90-’91, fino ad oggi solo parzialmente parzialmente esposte. Esse rappresentano il punto più alto toccato da un’assortas fantasia mentale. Scompaiono i grafemi e con essi i tentativi di esprimere piccole vite elemntari, angeli neotenici, ironiche fibrillazioni. Aboliti gli inchiostri, restano unici strumenti dellarappresentazione i pastelli e i gessi che sulla grana della carte creano effetti di nebbia luminosa, quasi un liquido incantamento divisionista, a cui i corpuscoli del colore e del gesso alternati conferiscono una vibrazione diffusa. Sciolto dalle stratificazioni magmatiche, umido di una vita fresca e perfetta, il mondo nasce in un silenzio altissimo entro il puro tremito della luce. Siamo alle origini, contemplate dall’occhio di Dio che scorre sulle acque. Un’atmosfera  di sospensione regna su questa emozionante avventura della luce e del colore che fonde ogni elemento nell’unità tonale. Il lungo, fabuloso racconto della caverna finisce qui. I microrganismi, gli esseri ameboidi, i minuscoli ippocampi, le vite primitive diffuse  strato e strato in frizione, strato  le lune e i piccoli soli spenti o non mai sorti, la discontinuità spaziale e temporale e infine l’ironia di chi contempla la terra ancora confusa e in formazione da un ordine che non si sa, tutto è improvvisamente sciolto. Restano nel nuovo ordine due sfere, immagini del sole e della luna, non più contornate graficamente, ma risolte in una morbida continuità tonale ora collocate in altro e avvolte in una nebbia azzurra, ora in basso, sotto la linea di terra, senza che questo turbi l’equilibrio simmetrico degli elementi, modulato dalle grandi onde uguali e pacate di un mare turchino e poi verde-giallo e ancora verde tenero e di nuovo turchino profondo. Le vaste stesure a fasce si avvicendano naturalmente, sciogliendosi l’una nell’altra. Nell’incanto dell’attimo il tempo è fermo: ordine, purezza, vastità.  (TESTO INTEGRALE)

 

Pietro Bonfiglioli

Misteriosi mari, terre desolate, cieli siderali: così si presentano i quadri che Piero Sacchetto espone alla Galleria Iterarte-Circolo artistico, illustrati da un saggio di Pietro Bonfiglioli. Si direbbe una pittura di impatto immediato, di sostanza figurativa, ma le cose sono un poco più complesse. Infatti se proviamo ad entrare nelle digradanti stesure materiche orizzontali che l’artista ci propone con i suoi gessi, inchiostri e matite, ci ritroviamo ben lontani da ogni suggestione naturalistica. In realtà le tele e le carte di Sacchetto sono come la registrazione grafica di uno scandaglio che penetra nella profondità della psiche alla ricerca delle immagini elementari  e primarie che ci consentono di interpretare, anzi di inventare la natura. Nascono cos’ dei paesaggi mentali – forse delle mappe ossessive – che alludono a una cosmogonia primordiale, agli albori di un mondo dove le sole impalpabili presenze sembrano gli echi del silenzio della musica di Debussy. (aprile ’91).

(Giuseppe D’Agata, Artisti e Gallerie  a Bologna, Bologna 1991)

 
 

OPERE

(Carta 50x70)