PINACOTECA CIVICA
Pieve di Cento (Bo)

PINACOTECA CIVICA DI PIEVE DI CENTO

Fiabe filiformi e memorie astratte

Dicembre 1989- Gennaio 1990

 

C’è una fase nella ricerca di Piero Sacchetto in cui il colore decide di animare la superficie senza più soggezione nei riguardi del disegno, di invadere lo spazio procurando una maggiore emozione e vibrazione di sguardo. Non che la fiaba, fatta di linee sognanti e di corpuscoli mutevoli, sia stata messa a tacere improvvisamente. Sacchetto non rinuncia mai a nulla della sua esperienza. Avverte invece, insieme con il colore, un respiro diverso dell’immagine, uno spaesamento più leggero che coinvolge in un unico moto disegno e colore, fiaba e astrazione, misura e disequilibrio degli elementi grafici e pittorici. L’occasione di questa mostra, la prima di sicuro rilievo in uno spazio pubblico, cade proprio nel momento in cui la poetica lieve e lirica di Sacchetto tenta un confronto del tutto differente con l’idea di opera. Essa non è più legata alla misura breve e sospesa del foglio, dell’appunto minimo o della carta poco più grande, ma allo spazio della tela che dilata il nucleo primordiale dei sogni verso una dimensione dominata dallo spandersi della luce, con il colore protagonista. In questo senso anche il repertorio grafico di Sacchetto rinnova la visibilità e la struttura dei suoi accorgimenti narrativi, diventa fonte di sensazioni pittoriche, frammento d’immagine alla deriva in una superficie eccitata di cromatismo.

Facciamo un passo indietro, all’inizio: osserviamo Sacchetto alle prese con i suoi albori figurativi, sarebbe meglio dire “figurali”. L’immagine sfugge sempre di mano e si colloca fuori dal reale, lontano da ogni ingenuo mimetismo, in una congiunzione spazio-temporale che fa pensare allo stato di veglia più che alla dinamica del sogno. Ebbene in questi primi esiti, esercizi di piccola e piccolissima dimensione, c’è già tutto il mondo interiore dell’artista, le tecniche e le figure dominanti, le fantasie e i suoi meccanismi di percezione. Il pensiero grafico cresce a dismisura su queste brevi porzioni di spazio, è perlopiù una visione semplice, fatta di impulsi primari, costruita attraverso un processo di tessitura segnica che rimane una caratteristica costante nel linguaggio di Sacchetto. Puntini, lineette parallele, quadratini, segmenti , di nuovo puntini, linee volanti, linee geometriche, linee senza programma e linee controllate in ogni loro minima esibizione. Per l’occhio di tratta di fissare e di fare esperienza insieme con gli accadimenti che l’artista procura sulla superficie, immaginando sempre di trovarsi altrove. Chi abita questi fogli incantevoli, che cosa si agita dentro la sfera di questi paesaggi-microbi che oscillano senza compiere mai fino in fondo il movimento del loro significato? Sono streghe, animule, animali fantasiosi e ironici, perfino comici, forme surreali che richiamano forme conosciute. C’è il noto e l’ignoto, mescolati in reciproco sforzo di immaginazione, quasi fosse impossibile tenerli separati. E’ questa, una fase di ricerca in cui l’artista mette a punto alcune tensioni inespresse, vale a dire una conoscenza analitica e insieme fantastica del suo mondo poetico, ammesso che sia lecito parlare in questi termini.

Ora Sacchetto conosce le proprie possibilità, i limiti del fare creativo, tocca esiti di virtuosismo grafico da cui si discosta immediatamente per tentare altre soluzioni, per esempio studia il dinamismo figurale in una serie originale di carboncini che richiamano le forme in movimento boccioniane. Qui entra in campo anche il colore, i pastelli affrontano lo stesso problema con una maggiore attenzione al valore delle luce e un minor contrasto chiaroscurale. Queste prove ed esperimenti consentono uno spazio di scelte in cui si precisa l’interesse prevalente per la mobilità delle forme suggerite dal colore, dalla valenza soprattutto monocroma. L’immagine si distingue per passaggi di tono, per minime variazioni di luce, infine per allusione ad uno spazio infinitamente più grande di quello dato.

Il raggiungimento del colore come principio di invenzione fantastica è comunque ancora in divenire: queste prove di metà anni ottanta indugiano sul problema della tessitura d’immagine e sui temi referenziali. Da un lato sta la costruzione millimetrica e ostinata dell’immagine, dall’altro il costante rinvio al mito, alla favola, a cieli e ad abissi dove sprofondare. A voler fissare lo sguardo entro queste carte ammirevoli non ci si può distogliere dalle molteplici  stratificazioni disposte sulla superficie come un insieme di strati geologici. Essi vengono a galla rendendo visibile il movimento originario dal semplice all’infinitamente complesso, dall’alfabeto al racconto, per tornare di nuovo alla pura grammatica del linguaggio. Tuttavia il linguaggio non ammira se stesso in una posizione distaccata, è piuttosto linguaggio che vive e racconta una peripezia inesauribile intorno alle immagini del cuore. Non c’è racconto univoco ma diversi racconti possibili, sia per l’artista che li inventa sia per il lettore che ne scruta la fisionomia apparente.

Ad una piccola carta dell’86 Sacchetto ha posto questo titolo:” Comparendo dietro a una improvvisa esplosione di colore”, puntando l’attenzione sul dato immediato dell’occhio e sulla capacità di vedere il colore attraverso tanti possibili colori. Ecco allora che questi paesaggi, al di là dei titoli che l’artista usa molto raramente, indicano uno stato di grazia del momento creativo, un impulso lirico da cui scaturiscono forme allo stato puro, segni elementari, colori carichi di emozione.

In questo divenire sospeso tra figure ben delineate e atmosfere astratte, Sacchetto si muove tra dato scientifico e dato poetico, liberando sulla superficie frammenti dei suoi molteplici viaggi nella discontinuità dello spazio e del tempo.

La memoria ha certo una funzione indispensabile nella costruzione dell’immagine, non per via di definizione semmai per un senso di allontanamento delle cose dal processo di riconoscimento delle cose medesime. Esse diventano invisibili, affiorano tracce, trasparenze, sfioramenti, da una macchia che si dilata escono forme presenti in un istante e dissolte nell’istante successivo, forme nascoste che sono alimento  preciso per l’immaginazione del colore.

Non sempre l’immagine si smaterializza fino in fondo, forse Sacchetto non cerca questa soluzione finale, preferisce tenere in equilibrio gli elementi contrapposti, il racconto e la pittura pura, come modi compresenti di far poesia attraverso l’incanto dello sguardo. La partita è difficile, almeno due riferimenti entrano in gioco nella cultura di Sacchetto, Klee e Calvino: due chiavi di lettura che incrociano le loro differenze sul piano analogo della ricerca dell’invisibile. Chi non ricorda la paziente sfida che il maestro svizzero lancia all’apparenza del mondo maturale attraverso l’analisi della forma e della figurazione? E soprattutto, come dimenticare la straordinaria metafora dell’artista che si trova nella condizione del tronco che raccoglie ciò che viene dal profondo? Il dialogo con l’invisibile nasce attraverso l’esperimento quotidiano delle forme visibili, quelle che stancamente si allineano davanti ai nostri occhi. Sacchetto occupa questa direzione, il suo linguaggio è un congegno preciso e meditato che rovescia costantemente la chiarezza dei mezzi formali stessi, e di qui tenta il volo della fantasia. Non è stato forse detto che lo stesso pensiero scientifico si muove con fantasia e che la fantasia è una metodologia di costruzione del pensiero?

D’altro lato Le città invisibili di Calvino è una lettura che ha aperto nuove vie all’immaginazione di Sacchetto, soprattutto per quel processo di assottigliamento dell’immagine che il nostro pittore ha esteso fino a privilegiare l’assoluta presenza del colore. I luoghi, le memorie, le geografie sognate e quelle realmente vissute si mescolano su strati sovrapposti, come su uno schermo fluido in cui non è possibile distinguere l’origine, le storie, i personaggi, il nome dei paesaggi e così via .E’ possibile solo dipingere ad occhi chiusi ed affidare al colore le figure del proprio  fantasticare, ben sapendo che la pittura è anch’essa, come la letteratura, un’interrogazione che non ammette risposte ben definite ma quasi sempre imprevedibili.

“Chiedendo scusa per l’assalto al cielo” è ancora uno dei rari titoli fuggiti dall’intimità di Sacchetto, titolo felice, di rara forza poetica che richiama per analogia e per clima visivo una similitudine di Klee dettata in versi: “Il sole cova vapori;/ i vapori si levano/e combattono contro di lui/ ”. Vapori cromatici che si levano anche nelle recenti opere su tela, sempre meno disposte al dovere rappresentativo che negli anni iniziali ha condotto il filo del discorso.

Ora ha preso il sopravvento il desiderio di infinite fiabe astratte che si inseguono a vicenda, l’una dentro l’altra in un processo circolare di sconfinamenti. Conviene infatti non tenere separate la lettura delle singole opere ma cercare una reciproca armonia di fondo, un risolversi del problema/luce all’interno di ogni superficie. La mostra di Pieve di Cento intende suggerire proprio questo sguardo simultaneo, la necessità di non isolare un’immagine dall’altra anche se ogni opera può funzionare nella solitudine dei suoi gesti; anzi, funziona a partire da questa immobilità apparente dove sono fissati i suggestivi paesaggi tra segno e colore.

Tra i segni più assidui di questa fiaba colorata stanno i raggi dei soli che si rincorrono su orizzonti paralleli, piccole alture ad alta fantasia, cieli che diventano mari percorribili d’un fiato, animali che potrebbero appartenere ad un manuale di zoologia fantastica alla Borges: un animale metafisico, un cavallo marino, un divoratore di ombre, un grifone e quante altre possibili identificazioni immaginarie. Intorno ad esse Sacchetto esercita la sua grafia limpida e appropriata, cercando nel colore le latitudini dell’immensità e l’indeterminatezza, fornendo ali agli occhi e nuovi voli all’immaginazione.

Il segmento minuscolo  convive con l’infinita misura della dimensione astratta, il disegno puntiniforme naviga nella consistenza impalpabile del colore ad acqua, il turchino del mare è picchiettato di puntini  che suggeriscono la nascita di una forma marina. La fantasia di Sacchetto sprigiona questi ed altri accadimenti. Il lettore può cogliere al volo anche ciò che non è detto, vale proprio questa possibilità di inventare sul già inventato, di creare nuovi modi di lettura girando intorno a visioni che hanno una loro esatta struttura. Non c’è nulla in pittura che non appartenga al potere del colore, alla sua orbita, ai movimenti pacati o esasperati del suo ritmo fondamentale, lontano dal rumore del mondo.

Anche Sacchetto, come molti pittori dell’attualità, mira alla condizione del silenzio come massimo sprofondamento dell’immagine in se stessa, intoccabile, misteriosa come una città all’estremo confine del mondo. Questa indicazione è stata ben espressa da un critico attento alle nuove dimensioni del presente come Filiberto Menna che, non a caso, ha seguito l’evolversi della “fabule” verso l’azzeramento di ogni principio di rappresentazione. Più recentemente, affrontando la questione del nuovo e l’uscita dal postmoderno, si è chiarita un’esigenza di pausa, di silenzio e di vuoto che non è estranea al carattere di ricerca perseguito da Sacchetto. Per una via tutta particolare con un’idea dell’arte che vien fuori senza la frequentazione ossessiva del sistema dell’arte, l’artista torinese è giunto a percepire un’urgenza di spazi lontani che la giovane arte italiana ha scelto come antidoto – per usare ancora le parole di Menna – al pieno, all’ingombro, all’eccesso di rumore che hanno invece contraddistinto le correnti pittoriche dominanti.

Bisogna tuttavia riconoscere che la figura di Sacchetto è quella di un pittore disinteressato alla cronaca artistica corrente, alle strategie e alle conflittualità di campo che hanno contraddistinto e ancora determinano l’immagine dell’attualità. Questa posizione non gli vieta di offrire un originale contributo ai generali problemi linguistici del presente che vanno sotto il segno di rinnovate memorie astratte. Intellettuale di formazione scientifica, Sacchetto ha trovato nell’adesione al colore la piena rispondenza al suo impulso inventivo. La pittura è al tempo stesso piacere, divertimento, fantasia sottomessa al rigore e alla conoscenza del linguaggio. Senza questo doppia anima non si potrebbe comprendere la passione con cui l’artista segue la vita delle sue forme emblematiche e, soprattutto, la fiaba colorata fatta di azzurri, gialli, viola e di tinte rossastre che sfogano sull’orizzonte un flusso di trasognato lirismo.

 

Claudio Cerritelli

dicembre 1989