"STRATIFICAZIONI TEMPORALI"
CASA GIORGIO CINI, Ferrara

Maggio-Giugno 2003

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IL  FILOSOFO IN LABORATORIO

 

E’ stato in una fredda sera invernale, nella rossa città di Bologna, che ho visto per la prima voltale tele e idisegni di Piero Sacchetto.

Su un grande tavolo di legno, sotto quella luce tenue così tipica dei vecchi palazzi italiani carichi di storia e di mistero lui, il pittore apriva le cartelle da disegno e faceva scorrere lentamente le pagine del suo immaginario, un immaginario del quale fino a quel momento, io, unica spettatrice quella sera non sapevo assolutamente nulla.

Poi nel lungo corridoio verso cui si apriva l’atelier, Piero cominciò a disporre le tele e lo spazio si popolò di tratti minuti e sotterranei collegati tra loro da estesi universi di colore.

Durante la presentazione parlammo poco. Io con i miei occhiali ben sistemati sul naso, lui con i suoi dimenticati su una sedia, passeggiammo tra le carte senza avvertire la necessità di aggiungere qualcosa al nostro sguardo. Il mio sospeso tra la sorpresa e il desiderio di incontrare dentro i colori il profilo del mio amico filosofo fino a quel momento, ed ora anche pittore. Lui, in attesa della mia reazione spontanea davanti al suo pozzo privato di emozioni.

Quando il freddo si impadronì completamente di noi decidemmo  di lasciare che le opere tornassero alla loro quieta e silenziosa esistenza. Riponemmo i disegni, sistemammo le tele appoggiate alla parete ed uscimmo alla ricerca di una cena calda e di vino rosso.

Di quel primo incontro con la sua pittura conservo due impressioni precise: la sua meticolosità nel disegno ed una gamma di colori sospesa tra la veglia e il sonno, più vicina a Platone che ad Aristotele.

Anni dopo sono stata nel suo nuovo studio, nella periferia della città. Mi parve che nuovi  mondi avessero invaso le carte ogni volta più sottili, ogni volta più delicati. Ma ogni volta anche più labirintici.

Le superfici  rugose nelle quali il colore si era annidato mi ricordavano quelle rughe che contornano gli occhi di chi, già anziano, non ha potuto smettere di guardare perché stregato dal desiderio di nuovi saperi. 

Di nuovo Platone, con le sue luci e le sue ombre o piuttosto l’eterno divenire eracliteo?

Gli acquerelli avevano finito per seppellire dentro di sé i piccoli disegni che anni prima mi avevano sorpreso. Tuttavia, per me le idee erano adesso più facili da vedere.

Immaginai che tutte queste carte ricoprissero le pareti della stanza dove il Gran Kan e Marco Polo parlavano, con gli occhi chiusi, delle città invisibili. E insieme a loro, cercai di seguire la narrazione di cui ciascuna carta recitava l’inizio. Come tante volte nella mia conversazione con Piero, la figura di Italo Calvino mi apparve nuovamentementre scriveva quel repertorio  di storie appena iniziate che “Se una notte d’inverno un viaggiatore” dispiega.

Piero giocava con me proprio come faceva Calvino con il Lettore  e la Lettrice.

Con il lento scorrere delle pagine, risvegliava Freud e ridava vita ai calligrafi giapponesi, rivisitava muri millenari e fondali marini, saliva al mondo delle idee e precipitava in picchiata nella rete dei concetti.

E trascinava anche me per quei sentieri dove la sorpresa genera una volta di più l’inarrestabile desiderio di pensare ad alta voce. La conversazione durò ore.

Ho seguito le tracce di Piero Sacchetto da Bologna a Ferrara, senza perdermi nessuna delle sue scenografie operistiche, e continuo a vederlo, come mi sembrò di intuire quella prima volta nel suo studio, come un filosofo mago, capace di rincontrare quando trova l’occasione giusta questo mondo di senso che si manifesta solo di tanto in tanto e non annuncia mai realmente la sua apparizione. E, una volta di più, mi dico quanto abbiamo bisogno degli artisti per poter pensare!

 

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Barcellona maggio 2003

Eulalia Bosch 

 (già Responsabile del Servizio Educativo del Museo di Arte  contemporanea di Barcellona

e Direttore dell’Istituto di Ricerca per l’insegnamento della filosofia di Barcellona)

Non è casuale la scelta dei materiali porosi, umili alla ricezione, docili alla mano, plasmabili e corruttibili a nuove esigenze espressive, filtro dell’umano sentire. 

Lo stesso che appartiene e connota il tempo della vita, che stratifica in ordine emozionale gli eventi vissuti, auspicati, rimpianti. Nell’opera di Piero Sacchetto il ciclo temporale della sedimentazione psicologica coincide con la sovrapposizione materica, che declina al capriccio della mano. O meglio del gesto. 

Quanto vi può essere di premeditato nell’elaborazione mentale viene spiazzato dall’interazione fisica dell’opera con l’artista che strumentalizza le virtù dei supporti ma ne rispetta e ne esalta le intime proprietà. Un rapporto di reciprocità serrata si insinua tra l’azione esercitata e l’azione subita, quanto più Piero agisce quanto più i materiali rispondono assorbendo umori in profondità, fino alla tela intonsa che avida trattiene i relitti di cromo sfuggiti alla tramatura della carta cinese. Che in superficie ora si aggrinzisce, ora offende in pieghe di pudore o si esplicita nell’ostentato sfilacciarsi delle fibre di cellulosa. Il pigmento di pastello piove trascinato per la testa, arrestandosi incredulo nelle increspature emerse come dorsali montuose sull’ingannevole calma della superficie. 

La fragile consistenza bidimensionale inganna tridimensionale solidità quando la luce interagisce col proprio carico di risonanze luminose e di incupite ombre. Onde non solo di materia ma anche di oensiero s’affollano sullo sfumare denso di significato del colore. Steso per strati, per intensificazione semantica ma non per saturazione emotiva. Il commiato con l’opera, infatti avviene un attimo prima che si bruci ogni possibile residua possibilità di “significare emozionando”. Un senso non strettamente mentale e cosciente ma puramente individuale e affettivo. 

L’informale epifasi della materia coincide con il personale divenire degli stati d’essere e d’esser stati di ciascuno di noi. Quasi che in quelle rugosità ancora potesse riposare il nostro passato e fremere scalciante l’aspettativa del futuro. Qualche lacerto di bianco, risparmiato all’avanzare impetuoso del colore occhieggia solitario in neutro galleggiamento. Il rullo stende, ma non vince le contrazioni di un vissuto che nello sfumare dei toni e nell’avvicendarsi delle saturazioni localizzate, dispiega  la piena affermazione di una gioiosa consapevolezza. Quella di creare geografie di universi nuovi ma nell’intimo già conosciuti e amati, di darsi al colore nell’euforica rivelazione che di sé può dare nella felice manipolazione della materia. Narrando il racconto che è già in ognuno di noi.

                        

Elisabetta Pozzetti

… 

Seguire le nervature di una foglia che sta per separarsi dal ramo arrivando a un confine inesplorato: oltre quell’increspatura scorre un fiume. Dietro l’argine si intravede la prima luce del sole che sorge, più in alto le montagne ancora immerse in nuvole dense di cotone.Se lo guardi davvero il paesaggio si anima diventando un corpo che danza nella luce. Le lunghe braccia, una di foglia, una di fiume, ondeggiano in un liquido verderame che tutt’intorno sembra volerti avvolgere con le note di una nenia antica che una volta conoscevi e che adesso ti torna alla mente.

 Una distesa di latte, apparentemente liscia e piana, nasconde profondità da esplorare con gli occhi del ricordo che lasciano fluttuare le emozioni. Dietro a ogni ansa un ricordo: un tulipano aperto e reclinato anzitempo, un contrasto di colore che non vuole risolversi, la ruga incisa nel tempo che non avevi mai visto, anche se sentivi la sua presenza, una nervatura appena accennata che attira la tua curiosità.

Dovunque ritrovi la tua storia: nei pieni e nei vuoti che spesso prendono l’uno il posto dell’altro  nella materia ricoperta e ricoprente; nelle forme che solo tu puoi completare, aggiungendo ai tratti fermati sulla carta quelli che la vita ha impresso nel tuo ricordo.

Guardare le metamorfosi dei segni ti porta a capire il trasformarsi della tua identità e ciò che leggi nella morbida distesa di bianco, nei punti di rosa e in quelli più fuggevoli del giallo e nella ragnatela nera che attira lo sguardo verso il basso ti parla in una lingua familiare.

Dunquegiochiamo a trovare le luci migliori che possono far emergere e nascondere particolari, a scoprire analogie immediate o improbabili tra segni ed emozioni, a lasciare via libera ai pensieri che ci portano a mettere a fuoco altre immagini, a identificare materiali, a sentire i suoni che potrebbero abitare i colori e le figure che guardiamo e che ci stanno guardando

 

Franca Mazzoli

Pedagogista Membro dell’Associazione Nazionale Danza Educazione e Scuola

 

OPERE

(Carta 50x70)